Sacro Eremo di Montesenario – Novembre 2017

La morte ci ricorda che nella nostra vita sono in gioco forze più grandi di noi; che viene da oltre noi e va oltre noi, ci investe, ne siamo attraversati come da un flusso misterioso e potente. Questa nostra vita è  come un fiume  che non ha in sé la sua sorgente. Una fonte alimenta il nostro andare, una fontana di vita che non viene mai meno, che è fedele. E va la nostra vita come un fiume, accarezza le sue rive, lambisce le sponde, sfiora le persone,  perde, le ritrova, dona fecondità e frescura,  talvolta   sembra    cambiare direzione, ma non si perde mai. O rapido o lento, il fiume della vita va verso  la sua foce. E alla fine si getta in uno slargo, nella vastità di un oceano che ha nome Dio. La morte è quando il corso del fiume, prima limitato, prima costretto tra due sponde, si libera invece nella immensità. Dilaga  nell’infinito. Il fiume raggiunge la sua meta: noi  raggiungiamo quella nostra condizione perduta, raggiungiamo il contatto amoroso con la vita senza cui non saremmo venuti al mondo. Dove saremo solo una goccia di vita nel mare della vita. E se non saremo più questa goccia d’acqua con questa forma, saremo però sempre l’acqua di questa goccia, l’acqua di questa mia vita non si perderà più.        La nostra esperienza sostiene che tutto va dalla vita verso la morte, la fede dichiara che tutto va da morte a vita, che l’evidenza della morte è una illusione. Dal santuario di Dio che è la terra, e dove nessun uomo può restare a vivere, le porte della morte conducono verso l’esterno: Ma su cosa si aprono i battenti di questa porta? Non lo sai ?Si aprono sulla vita!  (Ermes Ronchi)

 

David Turoldo canta:
“Dio, per te non esiste la morte,
noi non andiamo a morte per sempre,
il tuo mistero trapassa la terra,
non lascia il vento dormire la polvere.
Tutta la polvere attende il tuo soffio
e freme e palpita come all’origine
forme di vita vivendo innumeri:
morte non v’è nell’intero creato.
Vorremmo come in un giorno di sole
Cantarti, Dio, perché certi di vivere
perché la vita sei tu, o Creatore “

 

Preghiera di p. Giovanni Vannucci
Breve è il giorno, effimeri siamo: breve è lo spazio di luce, ma colmo di riflessi e di richiami all’Eterno. Prendici per mano, Signore Gesù, insegnaci che, oltre questo mondo visibile, vivono realtà che solo il cuore può intuire. Facci il dono di credere che nessuna vita muore. Si può, come te, anche camminare sanguinando se questo serve a lasciare una traccia, a segnare una strada. Insegnaci a fare armonia tra le cose materiali e quelle spirituali, tra la luce e la tenebra, la gioia e il pianto, la vita e la morte.

 

Salmo 129: RICHIESTA DI PERDONO
Cantico del pellegrinaggio. È uno dei salmi penitenziali. ra recitato mentre veniva offerto il sacrificio di espiazione. Partendo dalla coscienza di essere peccatore, il salmista celebra la bontà mi­sericordiosa di Dio che ha gusto nel perdonare.
Spesso gli sbagli ci portano al pessimismo. Il modo migliore di chiedere perdono è quello di riscoprire il vero volto di Dio, ritro­vare fiducia in lui, in noi stessi e negli altri.

In un momento di più lucida coscienza
degli sbagli della mia vita, mi rivolgo a te, Signore.
Ti supplico, presta attenzione alla mia preghiera
e accoglila con benevolenza.
Se tu, Signore, fossi uno
che tiene scrupolosamente il conto
di ogni mio peccato,
sarei sempre nell’angoscia,
prigioniero della disperazione più nera.
Tu, invece, sei un Dio di misericordia;
tuo gusto è perdonare; così ritrovo fiducia
e la gioia di ritornare a te. Ho fede in te, Signore.
Mi accorgo ogni giorno di più che la tua parola mi incoraggia più che condannarmi
come un operaio che fa il turno di notte
scruta con impazienza lo sbiancarsi del cielo,
anch’io aspetto con gioiosa trepidazione di incontrarmi con te.
Sono sicuro di trovare in Dio amore vero, che non delude, e la libertà di un uomo maturo.
Credenti, che formate la comunità del Signore, abbiate sempre fiducia in Dio; vi libererà da tutte le vostre colpe.

 

CONTRIBUTO ALLA RIFLESSIONE
“Quando farai vela per Itaca desidera che la strada sia lunga, piena di avventure, piena di esperienze.Non temere i Lestrìgoni e i Ciclopi, né l’ira di Nettuno: niente di simile mai troverai sulla tua strada se la tua mente naviga alta, e scelta è l’e­mozione che tocca la tua anima e il tuo corpo. Non incontrerai i Le­strìgoni, né i Ciclopi, né il feroce Nettuno se non li porti dentro il tuo cuo­re, se non li innalza il cuore davanti a te.

Desidera che la strada sia lunga, e siano numerosi i mattini d’estate in cui con gioia – oh quale gioia! – tu entrerai in porti visti per la prima volta. Fai scalo agli empori fenici e acquista quanto hanno di più bello: coralli e madreperle, ebano, ambra e voluttuosi profumi di ogni specie: compra voluttuosi profumi, quanto più puoi. In Egitto visita molte città, e non smettere mai d’imparare dai loro sapienti. Sempre Itaca ci sia nella tua mente: arrivarci è tuo destino.

Ma non affrettare il tuo viaggio: meglio che duri lunghi anni, e vecchio tu giunga all’isoletta già ricco di quanto hai guadagnato lungo la strada, senza aspettare ricchezze da Itaca: Itaca t’ha dato il bel viaggio: senza di lei non ti mettevi in cammino, altro non ha da darti. Anche se la trovi povera, Itaca non t’ha ingannato: così saggio come sei dopo tante espe­rienze, ormai hai capito cosa significa viaggiare in cerca d’Itaca” (Kostantirios Kavafis)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Venerdì 15 settembre i frati Servi di Maria celebrano la solennità dell’Addolorata.

Gesù è incorreggibile , è grande nell’amore .

Gesù inchiodato sulla croce  è tremendamente solo e abbandonato .

Gli amici si sono nascosti, i discepoli sono fuggiti.

I soldati gli  hanno  tolto i vestiti, la tunica, tutto.

Egli è sulla croce e sta per morire e continua a fare del bene :perdona coloro che l’hanno crocifisso:

“Perdonali Padre perché non sanno quello che fanno”.

Al ladrone pentito gli dice : “ sarai con me in paradiso” e poi pensa  a tutti gli uomini di ieri e di oggi, pensa anche a noi e ci   fa  un prezioso regalo, ci dona sua madre come nostra madre.

Gesù prima di morire dice al discepolo amato :

“ecco tua madre, ti dono mia madre”.

Meraviglioso e prezioso dono.

Poi rivolgendosi a Maria le dice “ecco tuo figlio”.

E subito dopo pronuncia: ” Ora tutto è compiuto”.

Parole che riassumano tutta la sua missione.

Maria ai piedi della croce riceve una seconda annunciazione.

Nella prima annunciazione l’angelo Gabriele le aveva domandato : “accetti di diventare madre del Messia, del Dio fatto uomo ? “.

Ella dopo aver avuto tutte le spiegazioni risponde:”Si, ecco l’ancella del Signore sia fatta di me secondo la tua parola, secondo il volere del Padre”.

Ai piedi della croce ella riceve una seconda annunciazione.

Non è un angelo che le rivolge l’invito,ma è lo stesso Cristo che le dice ” Tu sarai madre di tutti i credenti,di tutti i miei discepoli”.

Ella ancora una volta risponde ” Si

II “Si” di Maria  bacia il Si di Cristo.

Maria dicendo “Si” non solo diventa madre di tutti gli uomini ,ma collabora, coopera con Cristo alla salvezza di tutti gli uomini.

Ai piedi della croce Maria animata dallo Spirito prega il suo Gesù di non scendere dalla croce, di non mollare, ma di andare fino in fondo e di accettare di morire in croce per salvare tutta l’umanità.

La Vergine Maria sta sotto la croce per confortare suo Figlio, ma soprattutto per sostenere le sue braccia doloranti e stanchi spalancate sul mondo ,per infondere coraggio ed audacia , per non cedere alla tentazione del Maligno e per attraversare con fede e speranza la morte e vincerla.

Maria donna forte e coraggiosa coopera alla redenzione di tutta l’umanità .

Quando contempliamo la scena del Calvario non è sui dolori di Maria che piangiamo,  ma sul dolore del mondo.

Specialmente in questi giorni le lacrime  bagnano il viso di tante persone: giovani uccisi, anziani  abbandonati, bambini torturati, donne   violentate e uccise, malati che stanno per varcare la soglia dell’eternità, persone sempre più numerosi corrosi  dal cancro .Tutte queste persone vivono momenti tristi e   bui.

Maria ci insegna a vivere il dolore, il nostro e quello che è accanto a noi e ad attraversare il dolore nell’attesa della risurrezione.

Maria Addolorata non ci spiega cosa sia il dolore.

Lo scandalo della sofferenza rimane tale, lo scandalo del dolore innocente non chiede spiegazioni, chiede partecipazione ,comprensione e simpatia.

Se c’è qualcosa che sfuggiamo in tutti modi è il dolore.

La Vergine Addolorata  ci rivela che il dolore ,la paura della sofferenza non deve determinare le nostre scelte e neppure deve essere criterio  determinante della nostra vita.

Ella ci insegna come attraversare il mare in tempesta ,avendo nel cuore fiducia e speranza..

II dolore vissuto in tutta la sua drammaticità annebbia la mente e il cuore, paralizza tutta la persona, non fa vedere il sole e la luce, rende indifferenti e apatici.

In quel momento tutte le risposte sul perché della sofferenza sono inutili, inadeguate ed insufficienti e non convincono.

Maria Addolorata ci invita in queste circostanze dolorose ad accettare con serenità e serietà il proprio dolore.

L’ accettazione serena è frutto di lotta, di ribellione iniziale e poi di assenso fiducioso.

Accettazione non è rassegnazione o passività, ma abbandono in Dio.

L’accettazione cristiana contiene tre gemme :la fiducia, il silenzio ,la libertà.

LA FIDUCIA

Il cristiano pur non comprendendo il perché della sofferenza non si dispera e non perde la pace, ma continua a fidarsi di Dio, si abbandona a Lui guardando con speranza il futuro.

Egli non chiede né vita e né morte né guarigione e neppure dolore, chiede solo di perseverare nell’abbandono fiducioso e nell’amore e di attraversare la tempesta senza interventi miracolosi e straordinari.

IL SILENZIO

Il credente quando soffre sta in  silenzio.

Silenzio non come assenza di idee e di sentimenti, ma come condizione per una profonda meditazione sul mistero del dolore. Quando si soffre si sta zitti e non si chiede né consolazione a chiunque e neppure si va in giro a raccontare le proprie sofferenze se non all’amico, ad amici sinceri. Il silenzio è un mezzo per giungere all’immedesimazione del mistero pasquale di Cristo, ma anche per sentirsi solidali con tutti i fratelli e le sorelle sofferenti.

LA LIBERTA’

II cristiano deve liberarsi dall’attaccamento al proprio dolore per guardare alle sofferenze degli altri e portarvi conforto e consolazione.

Santa Maria ai piedi della croce depone il suo dolore, dimentica se stessa per esercitare il suo ruolo di Madre nei confronti di Giovanni e di tutti i discepoli di Cristo.

II cristiano non dovrebbe mai lasciarsi schiacciare dal dolore, ma accettarlo, deporlo, liberarsi da esso per essere disponibile agli altri come ha fatto santa Maria.

Invece di pretendere aiuto dare aiuto , invece di essere consolati consolare.

Maria ai piedi della croce ci invita anche a stare accanto alle infinite croci della terra dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli per portare consolazione e conforto.

Noi a volte pensiamo che la vita sia una valle di lacrime e che la gioia l’avremo domani in paradiso.

Invece Maria Addolorata ci dice che non è una utopia sognare la gioia, perché è possibile già ora.

Su questa terra possiamo gioire anche nella sofferenza, godere delle piccole cose anche quando siamo nel dolore .

La sofferenza non spegne la gioia, ma la alimenta e la rende vigorosa.

Dopo il venerdì santo c’è la risurrezione.

La donna dolorosa  veste  il manto della luce e diventa così la donna gloriosa.

Santa Maria aiutaci a capire che il dolore  non è un assoluto e che dura sempre ,ma è un  tunnel  che conduce  verso la luce della risurrezione.

Eremo di San Pietro alle Stinche

Cenni storici

La chiesa di San Pietro alle Stinche prende il nome dal vicino castello del quale pochi resti, riconoscibili a mala pena in una casa colonica ora abbandonata, testimoniano l’antica ubicazione, poche centinaia di metri a monte, su una costa delle colline che dividono le valli dei fiumi Pesa e Greve. È proprio l’orografia del luogo che sembra stare all’origine del toponimo.

Il territorio fiorentino venne organizzato in leghe alla metà del XIII secolo, il borro delle Stinche costituì, in questi pressi, il naturale confine tra la Lega del Chianti e la Lega di Val di Greve, rientrando il castello nella prima e la chiesa nella seconda.  Oggi il borro costituisce il confine tra le provincie di Firenze e di Siena.

La prima notizia documentata del castello, che apparteneva alla famiglia fiorentina dei Cavalcanti, sembra essere, per il momento, quella riguardante la sua distruzione. Nel quadro degli sconvolgimenti politici che caratterizzarono la vita fiorentina tra la fine del XIII secolo e il principio del XIV, che dopo gli Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella portarono all’inizio delle lotte tra le due fazione guelfe dei Bianchi e dei Neri, sono da collocare i gravi disordini che raggiunsero un momento di particolare tensione nel giugno del 1304.

Dopo diversi conflitti, il comune di Firenze decise di stroncare le velleità dei fuoriusciti bianchi e ghibellini, cominciando dal castello dei Cavalcanti delle Stinche, verso il quale mosse l’esercito cittadino col podestà, il conte Ruggero di Dovadola.

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Tuttavia, o il castello non fu distrutto o venne successivamente ricostruito se nel 1452 gli Aragonesi, durante la loro prima invasione del Chianti, assediarono e presero “la fortezza delle Stinche e fra pochi giorni l’arsono”. Questa volta la distruzione del fortilizio fu definitiva e sistematica e ben pochi resti testimoniano oggi delle antiche strutture del castello medievale dei Cavalcanti in una colonica abbandonata, denominata “Stinche alte”.

La chiesa di San Pietro alle Stinche è ricordata la prima volta nel Libro di Montaperti, del 1260, dove figura come suffraganea della pieve di San Leolino a Panzano.  Il popolo a essa facente capo in quella occasione manda a Firenze sei staia di grano e risulta aggregato al Sesto cittadino di San Piero Scheraggio.

L’architettura della chiesa e degli edifici annessi non è di aiuto per individuare qualche momento particolare nella vita delle Stinche. Nessun elemento formale o strutturale, infatti, denuncia un’epoca precisa: così come si presenta la piccola chiesetta, a unica navatella, potrebbe essere trecentesca o anche più tarda.  Non appaiono tracce di filaretto che possano indicare una costituzione di epoca romanica.  Nell’attuale parete terminale della chiesa sono visibili, all’interno, poche tracce di un arco che poteva dare accesso a un’abside semicircolare, ma anche a una scarsella quadrilatera, vittima in ogni caso del terreno cedevole verso il sottostante borro.

L’esodo della popolazione rurale che ha caratterizzato l’ultimo dopoguerra ha colpito in pieno il popolo delle Stinche, ridotto ormai a poche famiglie e, intorno al 1960, anche il casolare annesso alla chiesa risultava abbandonato.

Nel 1966 i beni appartenenti alla soppressa chiesa parrocchiale di San Pietro alla Stinche furono acquistati dall’Associazione “Amici dell’Annunziata”, nell’intento di sperimentarvi nuove forme di vita monastica.  Quello che è avvenuto in seguito è ormai fatto di cronaca.

(per Italo Moretti in ‘Fraternità’, bollettino di collegamento con gli amici dell’Eremo di San Pietro alle Stinche, quaderno no. 2, pp. 35-40, giugno 1977)

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Fr. Giovanni M. Vannucci

Nato a Pistoia il 26 dicembre 1913, entrò nel convento fiorentino dei Sette Santi Fondatori. Iniziò il noviziato a Monte Senario il 22 luglio 1929 e fece la Professione semplice il 29 luglio 1930. A Firenze, alla ss.ma Annunziata, frequentò il biennio filosofico; a Roma, al Collegio Internazionale S. Alessio Falconieri, compì il quadriennio teologico.  Il 13 ottobre 1936 pronunciò i voti solenni e il 22 maggio 1937 fu ordinato sacerdote.

Rientrato l’8 luglio del 1937 in Provincia, nel 1938 ricoprì per4 un anno l’ufficio di Maestro dei Professi teologi alla ss.ma Annunziata.  Nel 1940, tornato a Roma in attesa di partire per la missione in Swaziland, invitato dal Priore Generale Fr. Alfonso M. Benetti a dedicarsi all’insegnamento dell’esegesi biblica e della lingua ebraica nel Collegio internazionale St. Alessio, vi rimase per dieci anni.  Nel frattempo frequentò il Pontificio Istituto Biblico, conseguendovi la Licenza in S. Scrittura.  Nel 1948 ottenne la Licenza in teologia presso l’Ateneo pontificio “Angelicum”.

Da tempo desideroso di avviare nell’Ordine un’esperienza comunitaria che privilegiasse i valori monastici della vita dei Servi, non gliene fu consentita l’attuazione.  Nei primi mesi del 1951, con alcuni confratelli, si associò alla nascente e contestata comunità cristiana creata a Nomadelfia (Grosseto) da Don Zeno Saltini.  Fu soltanto una parentesi, e nel 1951 ritornò in Provincia.

Per un anno fu di comunità a San Sepolcro, dove s’interessò vivamente ai problemi dei più poveri ed emarginati. Questo periodo fu da lui stesso definito molto importante per la sua vita.

Nel 1952 ritornò al convento della ss.ma Annunziata di Firenze, dove fu incaricato dell’insegnamento del greco ai nostri studenti. Dal 1954, insieme con Fr. David M. Turoldo, fu l’animatore de iniziative culturali e caritative che suscitarono un forte risveglio religioso nella città di Firenze: la “Messa della carità” giunse ad assistere oltre seicento famiglie bisognose.

Nel 1962 lasciò Firenze e passò al convento di Pistoia, dove poté riprendere il suo sogno, sino allora inattuato, di avviare una nuova forma di vita comunitaria che, nel mutato clima ecclesiale postconciliare, con il sostegno dei Superiori, iniziò il 27 giugno 1967 all’Eremo di San Pietro a Le Stinche, nel Chianti, regione già testimone dell’esperienza degli Eremiti di Monte Senario.  Una nuova comunità dedita alla preghiera, al lavoro e all’accoglienza.

Durante questa tappa della sua esistenza, iniziata da solo per l’abbandono di alcuni frati che lasciarono il proposito di vivere con lui, lavorò alla preparazione della sezione “Vita Comune” del nuovo testo delle Costituzioni dei Servi di Maria. Con lui venne ad abitare Fr. Raffaello M. Taucci, ormai molto anziano, ma vivacemente aperto a ogni iniziativa di rinnovamento spirituale. Fr. Giovanni solo lasciava l’Eremo di Le Stinche per tenere conferenze o esercizi spirituali, o per l’insegnamento, ma amava il silenzio e la pace intensa e laboriosa dell’eremo, sebbene continuamente cercato per colloqui con persone provenienti dalle esperienze religiose e umane più svariate. Il suo programma per l’Eremo era: trovare la comunione lavorando all’attuazione di una vita di lavoro, studio, ospitalità, povertà, solitudine, preghiera. Comunità dove a ciascuno sia concesso di portare a maturazione i propri doni e servire ogni essere umano con essi.

Negli ultimi anni, i confratelli lo chiamavano amabilmente “il patriarca”, per la sua figura austera e distaccata, per la sua sobria saggezza, per la suggestione del suo linguaggio misurato.  La sensibilità anticipatrice del p. Giovanni, la sua lucida analisi dei problemi eccelsi ali ed ecumenici, il rigore morale e l’avversione innata per ogni forma di compromesso, furono forse all’origine di molte incomprensioni, che accettò con silenzioso riserbo. È significativo rileggere oggi, la toccante pagina di Cosmo n. 3/1984, in cui spiegava il senso della sua appartenenza all’Ordine, tracciando con straordinaria efficacia e concisione un testamento di fedeltà e di amore all’ispirazione e alla spiritualità originarie dei Servi.

P. Giovanni ha lasciato alcune pubblicazioni alle quali affidò anche la sua profonda conoscenza del pensiero cristiano orientale e dei valori essenziali delle grandi religioni asiatiche.

Alle 17,40 di lunedì 18 giugno 1984, presso l’ospedale della ss.ma Annunziata di Bagno a Ripoli, nei pressi di Firenze, moriva per infarto miocardico e la salma riposa nel cimitero di San Martino a Monte Senario.

Acta Ordinis Servorum B.V.M., An LXIX (1984), vol. 50, fasc. 192, pp. 260-261.

 

Su Giovanni Vannucci…..

Ascoltando la Parola che è stata proclamata poco fa abbiamo percepito che essa è stata per ciascuno di noi come   pioggia che ha irrigato la nostra la terra arida.

Anche se avessimo voluto scegliere letture bibliche per ricordare un frammento della eredità lasciataci da Giovanni, non avemmo potuto trovare altre letture se non queste. Santa coincidenza.

Giovanni ci ha insegnato a vivere con senso, con serietà e libertà le relazioni, ad essere in relazione con tutto ciò che vive.

Il brano del vangelo ci invita a rivisitare e purificare le nostre relazioni.

 

Quando digiunate

È un richiamo a rivisitare la relazione con noi stessi.

Siamo invitati a fare silenzio e a digiunare dalla presunzione, dalla sfiducia per poter fare verità in noi stessi, unificando emotività e razionalità, perché non ci siano in noi lacerazioni e divisioni.

P. Giovanni diceva: “senza la guarigione psichica non ci può essere pace e progresso spirituale”.  Se in noi non c’è pace non daremo pace.

Pratichiamo dunque questo digiuno interiore per diventare persone pacificate e pacificanti

 

Quando dunque fai l’elemosina

È un richiamo a rivisitare la relazione con gli altri.

San Basilio di Cesarea dice:

“Ricordati che tutto quello che abbiamo l’abbiamo ricevuto per cui tu sei sempre in debito con gli altri, ricordati che

– all’affamato appartiene il pane che conservi in cucina,

– all’uomo nudo il tuo mantello che sta dentro il tuo armadio,

– all’uomo senza scarpe il paio di scarpe che marcisce in casa tua,

– all’uomo senza un soldo il denaro che tieni nascosto.

A questo punto si inserisce il brano della prima lettura.

Il grande Elia è una persona libera che con generosità dona ad Eliseo lo spirito che il Signore gli aveva dato.

Non trattiene nulla per sé, ma dà tutto ciò che di grande e prezioso aveva ricevuto dal Signore.

Il nostro impegno è comunicare lo spirito, a dare lo spirito che è dentro di noi.

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Quando pregate,

È un richiamo a rivisitare la relazione con il Signore.

A verificare se la nostra preghiera è una preghiera di lode di ringraziamento, se sappiamo fare silenzio per ascoltare e dialogare.

San Nilo ci viene incontro per la verifica. Egli dice

La preghiera è il virgulto della mitezza e della libertà dall’ira, è il frutto della gioia e della gratitudine.

La preghiera è la medicina che cura la tristezza e lo scoramento.

Non domandare, nella preghiera, che le cose vadano come vuoi tu, non sempre il tuo desiderio è in accordo col volere divino. La preghiera migliore, come ti è stato insegnato, è “la tua volontà sia fatta “in me…

Testimonianza su P. Giovanni.

Ho conosciuto p. Giovanni tardi e l’ho frequentato per qualche anno, ma per me è stato e rimane il vero padre spirituale che ha acceso tanti lumi nella mente e nel cuore.

Egli ha risvegliato la mia coscienza e mi ha insegnato come tenerla viva.

Mi diceva spesso: se vuoi mantenere viva la coscienza studia non tanto per accumulare nozioni, ma soprattutto per dedicarti alla ricerca   appassionata del vero, del bello e del buono. Grande è la gioia derivante dalla riscoperta di frammenti di luce e di novità.

Ricordati che la coscienza è data dalla conoscenza ed è proprio la conoscenza ad aprire il cuore e illuminare la mente.

La conoscenza rende l’uomo lucido intellettualmente ed emotivamente, inoltre lo rende attento e sapiente, gli apre orizzonti sconfinati di sempre nuove possibilità e fa passare dal particolare all’universale.

Sappi che la coscienza dell’uomo è sacra. Essa rende l’uomo consapevole e responsabile del proprio agire, porta alla luce le motivazioni del suo operare.

E’ immorale agire contro la propria coscienza.

A volte sono andato alla ricerca di persone che mi dicessero cosa dovevo fare e come risolvere alcuni problemi e conflitti.

Frequentando P. Giovanni ho compreso che le risposte erano dentro di me; bastava rientrare in me stesso e ascoltare   la mia coscienza, perché essa rivelava   la verità di me stesso e tutte le risposte ai miei problemi.

Infatti è diventata mia convinzione che la coscienza illuminata dalla Parola del Signore e dallo Spirito mi fa vedere chiaramente le tante    potenzialità ed energie sepolte che attendono di essere risvegliate e liberate.

Tutte le volte che nel silenzio ho ascoltato attentamente la voce della coscienza ho sperimentato con stupore e meraviglia non solo di essere in comunione con Dio, ma soprattutto di essere abitato da Lui, e ho percepito che non sono solo ma in compagnia con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Un giorno Giovanni mi ha invitato a leggere un brano del libro della Genesi in cui è scritto

Dopo il peccato originale il Signore Iddio disse: Ecco l’uomo è diventato come uno di noi per la conoscenza del bene e del male”

La coscienza illuminata rende l’uomo simile a Dio.

Anche se incatenato, perseguitato, oppresso, nessuno può incatenare la mia coscienza.

Sono certo che porto dentro di me un tesoro, una luce radiosa che nessuna persona o evento può   spegnere.
So per esperienza che la mia coscienza, quando è illuminata, non accetta mai l’imposizione anzi rifiuta in modo categorico qualsiasi forma di imposizione.

So ancora che la coscienza si muove tra due sponde: la conoscenza e la libertà, ambedue   illuminate per il credente dalla logica del Vangelo e guidate dalla forza dello Spirito che sostiene il cammino faticoso verso una coscienza sempre più chiara, viva e saggia, dove vive Dio e si alimenta il desiderio di essere simili a Lui.

II nostro Dio non vuole servi, ma figli, uomini e donne liberi e responsabili.

Dio non seduce mai con il potere, ma con la delicatezza: tu puoi, se vuoi, vieni e seguimi, se vuoi perdona e ama tutti.

Oggi voglio ringraziare il Signore che mi ha fatto incontrare p. Giovanni che con il suo silenzio e la sua parola mi ha risvegliato la coscienza. P. Giovanni ha affrontato nel silenzio lotte e incomprensioni, sempre con coraggio e con una coscienza illuminata.

Ho voluto comunicarvi solo un piccolo frammento della sua grande eredità e statura spirituale che ha inciso in modo determinante nella mia vita di uomo, di cristiano e di frate.

 

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 EREMO DI SAN PIETRO A LE STINCHE (Panzano – FI)
PROGRAMMA  DEGLI  INCONTRI

LECTIO DIVINA
In Avvento riprende la lectio divina (ore 18.00) sui testi biblici domenicali.

INCONTRI BIBLICI:
a cura di Giancarlo Bruni – Orario: 10.00-17.00

Eremo di San Pietro a Le Stinche, 50022  PANZANO (FI), tel. 055-852066